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La politica del cambio di etichette

Su IlSole 24 ore del 7 novembre 2016 notizie più precise sulla propagandata soppressione di Equitalia. I Comuni avranno tempo fino al 1° giugno 2017 per decidere se avvalersi del “nuovo” soggetto “Agenzia delle entrate-Riscossione”, ribattezzato “Equientrate”. E allora, cosa cambia per il contribuente? Niente, perché l’Agenzia dovrà continuare ad applicare le stessi leggi fiscali, con gli aspetti più criticabili che, a parte gli errori e una certa anima persecutoria di Equitalia – peraltro corretta di recente dai responsabili – si riferiscono interamente alle disposizioni del Dpr 602/73, che applicava Equitalia, le stesse che verranno applicato anche da Equientrate.

E allora? Allora, invece di mettere mano ad una riforma legislativa e di far funzionare la mano pubblica in modo corretto, si cambia l’etichetta; il solito giochetto di girare al largo dalla sostanza dei problemi e di fare finta di “riformare”. Ma intanto il messaggio propagandistico è dilagato. E, in futuro? beh, c’è tempo, intanto tiriamo a campare. Tanto il focus del dibattito è ora sulla “rottamazione” delle cartelle: discutere sul niente, un gran fumo per nascondere che l’arrosto non c’è.

Un patto per la formazione e la ricerca

Contributi

Su Ticonzero una proposta del Gruppo 2003 per la Ricerca Scientifica sulla rubrica aperiodica Scienza&Società

 

76. Un patto per la formazione e la ricerca

Revisione della Costituzione: il Senato delle Regioni “normali” o quasi

Stellone propostaI sostenitori del Sì affermano che il nuovo Senato sarà rappresentativo delle autonomie locali. Lasciamo stare il fatto del doppio lavoro di consiglieri regionali e di Sindaci (per es. ve lo immaginate quello di Roma: Sindaco della città capitale, Sindaco della Città metropolitana, componente del nuovo Senato?); lasciamo stare il fatto che i cittadini eleggono un candidato per fare il Sindaco o un consigliere e non per fare il senatore; lasciamo stare il fatto che non si sa bene dove inizierà e dove finirà l’immunità parlamentare (se prendo il treno per andare in Senato l’immunità scatta nel momento in cu vi salgo sopra? o dopo? quesiti interessanti, come per le assicurazioni sul lavoro); lasciamo stare il fatto che a una neo centralizzazione corrispondono ripartizioni di competenze ancora una volta confuse e ambigue; lasciamo stare il fatto che i conclamati risparmi si riducono a briciole.

Il fatto è che le Regioni a Statuto speciale non sono minimamente toccate da questa revisione costituzionale, sicché potremmo dire che l’Italia è composta da cinque semi-repubbliche e da tutto il resto.

Tanto più che le Regioni autonome non potranno avere propri rappresentanti nel nuovo Senato: lo vietano gli Statuti approvati con legge costituzionale. Nel caso del Trentino Alto-Adige, poi l’incompatibilità tocca anche i consiglieri provinciali.

E poiché di chiacchiere ne girano anche troppe, qui sotto c’è l’estratto degli Statuti regionali in vigore ad uso documentazione dei distratti e di quelli che la buttano subito in politica (di partito).

Statuto Regione Sicilia, legge costituzionale

Art.7 L’ufficio di Deputato regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere, di un Consiglio regionale ovvero del Parlamento europeo.

Statuto della Regione Sardegna, legge costituzionale

Art. 17 […] L’ufficio di consigliere regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere o di un altro Consiglio regionale o di un sindaco di un Comune con popolazione superiore a diecimila abitanti, ovvero di membro del Parlamento europeo

Statuto della Regione Sardegna, legge costituzionale

Art. 17 L’ufficio di consigliere regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere o di un altro Consiglio regionale, ovvero del Parlamento europeo.

Statuto della Regione Trentino-Alto Adige, legge costituzionale

Art. 25 Il Consiglio regionale è composto dai membri dei Consigli provinciali di Trento e di Bolzano Art. 28 […]  L’ufficio di consigliere provinciale e regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere, di un altro Consiglio regionale, ovvero del Parlamento europeo

Statuto della Regione Friuli-Venezia Giulia, legge costituzionale

Art. 15 L’ufficio di consigliere regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere, di un altro Consiglio regionale, di un Consiglio provinciale, o di sindaco di un Comune con popolazione superiore a 10 mila abitanti, ovvero di membro del Parlamento europeo.

Quindi, quello proposto è il Senato di un pezzo, sia pure maggioritario, del Paese, ovvero più di 9 milioni di italiani sono fuori: in semi-repubbliche, appunto. Poi le Regioni a statuto ordinario diventeranno più o meno normali, perché a quelle che si comporteranno bene il Governo potrà delegare altre competenze. C’è da scommetterci: un altro cuneo tra nord e sud.

Economia collaborativa: i dati aperti oltre la retorica della trasparenza

EPS

Su Ticonzero un articolo di Carlo Mochi Sismondi sulla rubrica aperiodica EPS – EconomiaPoliticaSocietà

101. Economia collaborativa: i dati aperti oltre la retorica della trasparenza

Ticonzero news n. 67 ottobre 2016

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Meriggiare: un secolo con Montale

Recensioni Critica

Su Ticonzero un articolo di Fabio Michieli sulla rubrica aperiodica RC/ – Recensioni e critica

 

26. Meriggiare: un secolo con Montale

Revisione della Costituzione e tutela dell’ambiente e del paesaggio

Stellone propostaDebbo al costituzionalista Claudio De Fiores la prima parte di questo ulteriore allarme sulla pericolosità della revisione costituzionale proposta: a me era sfuggita.

L’art. 117 della vigente Costituzione, lettera a), parla di una legislazione esclusiva dello Stato su “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. La modifica proposta, assegna la materia sempre alla legislazione esclusiva dello Stato, lettera s), con “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo”.

Ora, nella nuova formulazione è stato aggiunto il paesaggio e questo è positivo (d’altra parte, nella giurisprudenza costituzionale era entrato da tempo a fare parte della categoria dei beni “tutelati”, come vedremo più avanti). Ma la nuova scrittura solleva interrogativi seri. Tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici e ambiente ed ecosistema, sono stati separati da “un punto e virgola”, non da una virgola, e così anche nel resto dell’articolo. Perché? Nella lingua italiana il “punto e virgola” separa la prima dalla seconda frase, perciò il verbo “tutelare” non regge anche la seconda frase, per cui ne deriverebbe che mentre per i beni culturali e paesaggistici c’è una “tutela” (termine forte e chiaro), per ambiente ed ecosistema il verbo “tutela” non vale. Approssimazione linguistica? Preparazione di una lunga teoria di diatribe costituzionali e di conflitti di competenza? Di fatto, continua ad essere alimentata la sciagurata interpretazione burocratica e anche di una parte (minoritaria) della dottrina giuridica per cui i due termini paesaggio e ambiente seguono una legislazione e una regolamentazione diverse, per non parlare poi di ecologia e ambiente.

Per inciso, questo della “valorizzazione” dei beni culturali e paesaggistici, sbandierato da un po’ di tempo come una necessità e una novità per mettersi all’altezza delle sfide contemporanee, è un perfetto slogan che allude a ben altro; la legge Croce (Benedetto) n. 778 del 1922, che per la prima volta tutelava il paesaggio, già parlava della sua “valorizzazione”, certo, non riferendosi al saccheggio privatizzante in corso da qualche decennio.

Tutto questo può sembrare una questione di lana caprina? Attenzione ai giudizi superficiali e disinformati! Proprio attraverso le distinzioni e interpretazioni tra paesaggio, ambiente, ecosistema e ecologia sono transitati il saccheggio del territorio e le speculazioni che sono sotto i nostri occhi. Inutile proclamare che il consumo di suolo va arrestato e approssimato allo zero, per poi conservare quelle distinzioni. Sono proprio quelle la strada maestra per consumare più suolo e costruire periferie ancora più invivibili.

Persino la Corte costituzionale si era dichiarata favorevole ad uno stretto rapporto fra paesaggio e ambiente. E così anche il Consiglio di Stato, perché una loro distinzione permette interventi differenziati – e, infatti, nella pratica regolamentare e della legislazione nazionale e regionale seguono itinerari e competenze diversi. Ma paesaggio e ambiente, secondo la sentenza, non possono essere separati come nozione complessiva, pena la disconnessione della loro stretta interrelazione e interdipendenza. In sostanza, seguendo le sentenze della Corte Costituzionale, paesaggio e ambiente, costituiscono una “endiadi unitaria”.

Nel paesaggio è certamente prevalente un punto di vista culturale, però non si può prescindere dalla sua base naturalistica; mentre nell’ambiente il focus è spostato sulle interrelazioni natura-umani. Forma (paesaggio) e contenuto (ambiente), sono insomma due facce della stessa medaglia. Non si può tutelare l’uno senza tutelare l’altro (per la Costituzione precedente).

Ora, è vero che dal punto di vista delle discipline, anche scientifiche, il contenuto delle due nozioni sembra variare, a seconda dell’angolazione che si sceglie per l’indagine e la discussione. Ma il cambio di ottica non muta i caratteri essenziali dell’oggetto osservato. Facciamo il caso dell’ecologia, che ha un contenuto specificamente scientifico, poiché studia le interazioni tra gli organismi e il loro ambiente, chiamando in causa altre scienze. Ebbene, anche in questo caso esiste una relazione stretta tra ambiente e paesaggio. Anzi, una branca dell’ecologia è rappresentata proprio dall’ecologia del paesaggio che esamina la quantità e la configurazione di qualcosa (come aree boschive, prati, manufatti) entro un’area, nonché i processi ecologici – ovvero gli effetti della configurazione spaziale, la disposizione di habitat o di vegetazione – su vari aspetti. Il paesaggio, nell’accezione ecologica, è un modo di intendere l’ambiente, funzionale a studi che riguardano un insieme molto articolato di tratti (spazio, eterogeneità e somiglianze, evoluzione temporale ecc.). Infine, se si parla di aspetti estetici, va detto che si tende ad attribuire la percezione del paesaggio solo ad una mente umana, ma in ecologia ogni specie, ogni organismo hanno una specifica percezione del loro paesaggio.

Mi chiedo di nuovo: perché quella formulazione della revisione costituzionale? Dopo quanto detto sopra, verrebbe da dire che, come al solito, l’ignoranza scientifica è di casa anche tra la politica. Senonché ci credo poco. Nel dividere i concetti di cui sopra, l’obbiettivo non può che essere quello di continuare a giostrare con interpretazioni da legulei che aprono zone grigie, con cui si mettono in mano alla politica e alle burocrazie possibilità interpretative per rilasciare autorizzazioni sotto la pressione di interessi speculativi. Se ne vuole un’ulteriore prova? Che dire di quanto si afferma al terzo comma dell’art. 117 revisionato, per cui spetta alle Regioni la potestà “in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici”? Cosa vuole dire? Materia per ulteriore lavoro per la futura Corte Costituzionale su conflitti interpretativi. Alla faccia della semplificazione.

A proposito, e questo pesante costo della politica – quello del permesso saccheggio del territorio attraverso questi giochetti terminologici – invece degli spiccioli derivanti dalla modifica del Senato?

Stato di guerra e revisione costituzionale

Stellone proposta

Non se ne parla granché, specialmente tra i sostenitori del Sì. Ma mentre l’art. 17 della Costituzione vigente sulla deliberazione dello stato di guerra, prescrive che «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.» e l’Art. 66 che parla dei poteri del Presidente della Repubblica dice che, lettera m), «dichiara lo stato di guerra deliberato dal Parlamento in seduta comune», il nuovo articolo proposto recita: «Art. 78. – La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari». Insomma, la dichiarazione dello stato di guerra, nell’ispirazione dei Padri costituenti, era una misura talmente grave da richiedere una procedura eccezionale. Davvero quella proposta è una semplificazione accettabile?

Abbiamo capito cosa vuole dire? Da una deliberazione congiunta di Senato e Camera e quindi con più garanzie di una decisione equilibrata, anche perché si tratta di una platea più vasta, si passa al dominio di una sola assemblea. E per di più a maggioranza assoluta!

Se colleghiamo la proposta di questa norma alla vigente legge elettorale Italicum, così largamente premiante di chi ha una maggioranza relativa alle elezioni politiche, appare evidente l’estrema rischiosità democratica del cambiamento. Se nessuna lista supera il 40% dei voti (come è molto probabile), c’è un ballottaggio tra le due liste che hanno ottenuto più voti. La lista che prende più voti dell’altra ottiene il premio di maggioranza, cioè il 55% del totale degli eletti. Cosa significa in concreto? Come sappiamo, realisticamente l’affluenza alle urne si colloca ormai attorno al 60% degli aventi diritto e nel caso di un secondo turno, ma è una previsione, si parla del 40%. Come che sia, in quest’ultimo estremo caso, ma l’allarme vale anche per affluenze maggiori, i rappresentanti di circa il 20% degli elettori italiani possono dichiarare lo Stato di guerra.

Con l’aria che tira, insomma, un maggioranza parlamentare maggioritaria blindata e dipendente dal Governo, può trascinare il Paese in guerra, e alla faccia dell’Articolo 11 – con cui “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali […] – oggi, come è sotto gli occhi di tutti, le differenze tra “difesa” e “attacco” sono del tutto sfumate e ambigue. Per esempio, nell’equiparare la lotta al terrorismo ad una guerra tradizionale; oppure, tra provocazioni e minacce da ambo le parti, ciò che sta accadendo sui fronti dei Paesi dell’Est.

Nell’audizione al Senato del costituzionalista Claudio De Fioris, tenutasi il 28 luglio 2014, il docente aveva, tra l’altro, messo in guardia contro questa nuova norma, osservando che “Altri interventi di modifica, pur andando nella giusta direzione, li trovo non solo carenti sul piano delle garanzie, ma soprattutto anacronistici. Tra queste la revisione delle procedure dello stato di guerra che in base al nuovo art. 78 dovrebbe essere deliberato dalla «Camera dei deputati a maggioranza assoluta». La soluzione appare insoddisfacente. Una materia così delicata come il potere di guerra necessiterebbe, a mio modo di vedere, non solo di una apposita delibera anche da parte del Senato (quale espressione delle istituzioni territoriali che compongono la Repubblica). Ma soprattutto del contestuale conforto di maggioranze qualificate superiori a quella assoluta (specialmente in tempi in cui l’ideologia del maggioritario ha avuto il sopravvento).”

Già, visto che il nuovo semi-Senato può legiferare in materia di revisione costituzionale e sulla legislazione europea, suona davvero strano e perciò allarmante che sia stato escluso dalla dichiarazione dello stato di guerra. Altro che chiacchiere sui cambiamenti “leggeri” della Costituzione. E quanto sopra vale anche in caso di modifica dell’Italicum, che comunque rimarrebbe maggioritario. In pratica si tornerebbe alla maggiore facilità con cui si poteva entrare in guerra con lo Statuto Albertino del 1848? Sarebbe questa la modernizzazione?

Il paradosso svizzero della mortalità da tumore

Fuori dal coro

Su Ticonzero un nuovo articolo di Roberto Vacca sulla rubrica aperiodica Fuori dal coro

 

12. Il paradosso svizzero della mortalità da tumore

Manifesti, Statements e quella sottile vena di disagio

01Su Ticonzero un articolo/appello di Francesco Campanella sulla rubrica aperiodica Comunicare scienza

 

30. Manifesti, Statements e quella sottile vena di disagio