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Manifesti, Statements e quella sottile vena di disagio

01Su Ticonzero un articolo/appello di Francesco Campanella sulla rubrica aperiodica Comunicare scienza

 

30. Manifesti, Statements e quella sottile vena di disagio

Demografia 2016: “Come la va?”

EPS

Su Ticonzero un articolo di Gian Carlo Blangiardo sulla rubrica aperiodica EPS-EconomiaPoliticaSocietà

 

100. Demografia 2016: “Come la va?”

Terza Fase: riflessioni sul futuro della Federconsumatori e del Consumerismo

Note critiche

Su Ticonzero un saggio di Luigi Agostini e Michele Mezza sulla rubrica aperiodica Note critiche

 

 

23. Terza Fase: riflessioni sul futuro della Federconsumatori e del Consumerismo

 

Riforma costituzionale: si risparmia, si risparmia…

Stellone propostaTabelle su tabelle di mirabolanti risparmi della politica si sono succedute sui social network, elaborate non si sa con quale criterio, a proposito della proposta di riforma costituzionale in discussione. Ora, l’unica cosa certa e certificata dalla Ragioneria dello Stato con un atto ufficiale è che il risparmio dovuto alla creazione di un semi-Senato è di 57,7 milioni e che quanto verrebbe dall’abolizione delle Province non è quantificabile (mentre la Boschi ha detto in Parlamento che si tratta di 320 milioni); circa l’abolizione del Cnel, il risparmio è di 8,7 milioni, poiché precedenti norme di legge avevano già ridotto all’osso il suo bilancio.

Tutti qui i “costi della politica”? Con un semi-Senato i cui membri non avranno più l’indennità ma certo qualche Istituzione dovrà pagare le diarie e i pernottamenti, per non parlare delle spese strutturali dell’apparato che, anche se ridotte, permarranno? L’idea che i risparmi della politica si debbono fare stravolgendo funzioni democratiche essenziali e mettendo in piedi una simile baracca non è una riforma o revisione costituzionale, è una manomissione.

A parte il fatto che, pur condividendo il fatto che gli Organi costituzionali costano molto (ma non solo il Senato), a me sembra che parlare di “costi della politica” e prendere di mira gli Organi costituzionali rappresenti la solita manovra diversiva a cui ci ha abituato certa politica “ad effetto”. Va bene la riduzione del costo della politica (inteso come funzionamento e remunerazioni), ma se pure si applicasse a tutti i livelli, fino all’ultimo Comune, è stato ampiamente documentato che ciò inciderebbe poco sul bilancio pubblico. Come ha scritto qualche anno fa Luca Ricolfi su La Stampa, accompagnando le sue affermazioni con alcuni calcoli: “Quanto ai cittadini, forse sarebbe meglio che si levassero definitivamente dalla testa l’idea che i conti pubblici siano in disordine perché la politica costa troppo […] I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l’ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese”. Ricolfi scriveva nel 2010 e da allora i costi indiretti della politica sono di sicuro aumentati (all’epoca venivano stimati in 80 miliardi). In seguito si sono susseguiti altri studi e rapporti, ma tutti centrati sul costo delle Istituzioni e delle strutture collegate (le famose “poltrone”) e non sui costi indiretti.

Vogliamo dunque parlare davvero dei “costi della politica”? Allora si metta mano seriamente e con decisione, non con i pannicelli caldi, sui costi indiretti. Sono quelli il vero buco e il vero scandalo. Per fare solo un paio di esempi: come mai la Metro C di Roma costa 234 milioni a chilometro, contro 120-150 della media europea? E come mai il costo del Mose di Venezia è salito da 3,5 a 5,5, miliardi? Si tratta di casi – e ovviamente non sono i soli – ampiamente trattati sui media. Si è calcolato che il costo delle grandi sette opere previste dal 2001 è aumentato del 97%.[i]

Ma per cambiare musica non basterà certo il codice degli appalti da poco approvato e già oggetto di numerose critiche; se finalmente sta facendo “riemergere” i bandi per i professionisti di ingegneria e architettura, nel passato inglobati negli appalti integrati, per ora l’effetto immediato è quello di averli fatti calare di più del 6%; effetto probabilmente dovuto alla solita macchinosità e oscurità delle nostre leggi. Tutto terreno privilegiato per “interpretazioni” da parte degli apparati politico-amministrativi; e per la litigiosità giuridica.

Il punto, oltre la delinquenza dei cosiddetti colletti bianchi, le tangenti, la corruzione, insomma, è il finanziamento dei Partiti politici e delle elezioni dei candidati. Sarò controcorrente, ma l’abolizione del finanziamento pubblico ai Partiti è stato un errore (sì, la democrazia costa e meno male), anche se andava ridimensionato. Piuttosto, il finanziamento pubblico doveva essere accompagnato da una drastica falcidia del potere delle lobbies e dei contributi, in soldi o in servizi resi. Per esempio, a nessuna azienda o persona giuridica dovrebbe essere permesso di finanziare direttamente o indirettamente un candidato. La restituzione del sostegno dato avverrebbe, indovinate a spese di chi? E i contributi dei privati non dovrebbero gravare sulla fiscalità generale; i tetti previsti, sono inoltre troppo elevati. In altre parole andrebbe rivista la legge del 21 febbraio 2014, n. 13. E le sanzioni previste dovrebbero essere rese ben più severe

Allora sì, che forse potremmo cominciare a parlare di riduzione del “costo della politica”. Quello propagandato dalla attuale riforma costituzionale è solo fuffa, meglio, polvere negli occhi, spiccioli per rendere più “accettabile” ad un’opinione pubblica non informata una funzione del Senato confusa e contraddittoria, e che risponde a tutt’altri criteri che quello del risparmio.

[i] Da Il Sole/24 ore del 28 gennaio 2016, Quanto costa la corruzione agli italiani? Negli ultimi tre anni il male è cresciuto del 74%.

Uno sguardo sul mondo carcerario.  L’importanza delle relazioni

cultura&società

Su Ticonzero un articolo di Giovanna Corchia sulla rubrica aperiodica Cultura&Società

 

83. Uno sguardo sul mondo carcerario.  L’importanza delle relazioni [Prima parte ]

Economia circolare e risorse naturali e culturali

Scienza e Arte

Su Ticonzero una lectio di Paolo Manzelli sulla rubrica aperiodica Scienza e Arte

 

54.  Economia circolare e risorse naturali e culturali

L’algoritmo come spazio pubblico e condiviso

Contributi

Su Ticonzero un articolo di Michele Mezza – e discussione – sulla rubrica aperiodica Articoli di Scienza&Società

 

75. L’algoritmo come spazio pubblico e condiviso

Dopo quaranta anni di tentativi finalmente si riforma la Costituzione…

Stellone propostaQuesto è il mantra continuamente ripetuto da chi sostiene il Sì, per sottolineare il novismo “muscolare” di questo governo. Dunque le varie legislature che si sono succedute sarebbero state un susseguirsi di ignavi parlamentari, non pensosi dei problemi costituzionali e “conservatori”.

Ma non è affatto così, dal 1948 ad oggi si è proceduto all’approvazione di 28 (ventotto) leggi costituzionali e di revisione costituzionale che hanno riguardato varie materie: dalle modalità di elezione di Camera e Senato al numero delle Regioni, dalla composizione della Corte costituzionale alla responsabilità penale dei ministri, dai poteri di scioglimento del Capo dello Stato, alle concessioni di amnistia e indulto, dall’istituto della immunità parlamentare all’autonomia statutaria delle Regioni, dall’abrogazione di norme transitorie (divieto di ingresso in Italia per i discendenti di casa Savoia) alle disposizioni sulle pari opportunità tra donne e uomini, dal tentativo largamente manomissorio del Governo Berlusconi a quello attuale.

Certo, si sono susseguite Commissioni parlamentari – tre, mi pare – che hanno fallito il loro obbiettivo per l’opposizione di volta in volta di diversi partiti. Ma il fatto che gli interventi siano stati tutti (più o meno) parziali è dovuto al fatto che la nostra è – per fortuna – una Costituzione rigida e che, soprattutto per quanto riguarda la Prima parte si tratta di principi – peraltro splendidamente scritti e descritti e chiari – tali che un qualsiasi tentativo di manomissione suonerebbe davvero come un tentativo di ritornare allo Statuto Albertino (quello del Regno del Piemonte, esteso poi a tutta l’Italia fino alla nuova Costituzione repubblicana). Cosa, peraltro, di fatto suggerita da diversi potentati finanziari internazionali, come ho già scritto in un precedente post. Ora, come è stato scritto da Claudio Canestrari, l’attuale intervento sulla Costituzione potrebbe avere dei contraccolpi anche sulla Prima parte. Un intervento, insomma, di tale ampiezza (a parte le contraddittorietà e le oscurità) da inquietare anche per il futuro, vista l’aria che tira. Intanto ci si riprova anche con altri strumenti, per così dire, collaterali.

Dopo il presunto fallimento del TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership) con gli USA, per l’opposizione soprattutto di Francia e Germania (ma non dell’Italia) il ministro deputato del Governo italiano ha detto che ci vorrà più del tempo previsto. Intanto, per cominciare a fare qualche altra crepa nel nostro ordinamento costituzionale la Commissione europea ha sottoscritto con il Canada il CETA (Comprehensive Economic Trade Agreement), una sorta di battistrada del TTIP che deve essere tra poco discusso dal Parlamento europeo. A parte le mirabolanti promesse di sviluppo che questi trattati dovrebbero realizzare, il punto chiave è che le multinazionali (anche quelle americane con sede in Canada) potranno promuovere giudizi presso tribunali internazionali arbitrali privati, assoggettando così la giurisprudenza nazionale a decisioni private. Se questo non è un passo in avanti sulla privatizzazione della giustizia che piccona i principi della Prima parte della Costituzione…

Il fatto è che il neoliberismo imperante non sopporta controlli e limiti sociali e politici. La globalizzazione finanziaria ha bisogno di propri strumenti di governo, ma privati, non politici e democratici.

Il “martoriato” art. 117 della Costituzione

Stellone propostaNegli ultimi sedici anni questa è la quarta volta che si interviene sul Titolo V della Costituzione (art. 117 in particolare): legge costituzionale 22 novembre 1999 n. 1 del 1999, legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, tentativo di riforma costituzionale n. 269 del 16 novembre 2006 (respinto con referendum) ed ora con il ddl Boschi. Una volta ogni quattro anni in media.

Dopo il pasticcio avviato nel 1999 in fretta e in furia per motivi di tattica politica, dunque ci risiamo. Quella riforma scelse una devoluzione “leggera” di materie fino a quel momento di competenza statale, dimenticandone alcune, duplicando e sovrapponendo funzioni amministrative, introducendo la “legislazione concorrente”, modificando le gerarchie di valori dettate dalla Costituzione (l’art 114 cambiava in sostanza la forma della Repubblica: vedi nota)[i] e dettando una serie di ambiguità lessicali e definitorie, che non hanno avuto altro risultato che moltiplicare i conflitti di competenza, i ricorsi alla Corte Costituzionale e ai tribunali amministrativi, aumentare la giungla delle interpretazioni piegabili anche a interessi insani e, quindi, alla discrezionalità. Per esempio, il territorio, l’urbanistica e il paesaggio sono stati le vittime di sciagurate manomissioni e di interpretazioni di cui è di fatto scomparso il dettato della “pubblica utilità” come criterio prevalente sancito dalla Costituzione e più volte confermato dalla Corte Costituzionale. Naturalmente, il saccheggio della cosa pubblica era cominciato da tempo, anche con leggi palesemente anticostituzionali – sottolineo, emanate centralmente – e con il prevalere delle teorie e delle pratiche neoliberiste.

Ora, dunque, il pasticcio si replica. Parecchi degli interventi legislativi effettuati nel passato sono stati reclamizzati come “semplificazione”, tutto essendo meno che questa. Anche la revisione proposta attualmente con l’art. 117 sembra rientrare in questa categoria, continuamente ripetuta come un mantra, cosicché alla fine può sembrare vera. Per esempio, ci si può chiedere che senso abbia “per quanto di interesse regionale” la ”promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici”, la cui competenza è però in capo alla legislazione esclusiva dello Stato.

In effetti, sembrerebbe che ammaestrati da una cattiva e confusa devolution, si torna ad un nuovo accentramento riservando alla legislazione nazionale materie su cui potevano legiferare anche le Regioni. Ma il marchingegno dell’aggiramento della norma, dell’eccezione – come da costume italico – è subito approntato, ripreso di sana pianta dalla precedente riforma dell’art 117, perché la potestà regolamentare spettante allo Stato può essere delegata alle Regioni, anche nelle materie di esclusiva competenza legislativa dello Stato (art. 31, c. 6). Ecco fatto, la strada per il proliferare di interpretazioni (e conseguenti abusi) è spalancata. E penso che a nulla possa l’art. 10, con cui si stabilisce che leggi varate dal Senato in applicazione dell’art. 117 possono essere annullate dalla Camera dei deputati. Le deroghe, come si sa, in questo Paese sono soggette alle convenienze politiche troppo spesso non trasparenti e il voto risolutivo della Camera rispetto al semi Senato proposto non è affatto tranquillizzante, vista la produzione legislativa degli ultimi decenni, che tutto è meno che lenta, essendo invece piuttosto complicata, contraddittoria e sempre più spesso illeggibile. Questa sarebbe un vera riforma.

Per non parlare, infine, di una norma ripresa anch’essa dalla precedente modifica dell’art. 117, con la quale “Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato”. Vada, ovviamente, per gli enti territoriali interni ad altro Stato, ma accordi con altri Stati? Non c’è qui un’asimmetria istituzionale difficile da digerire? Si potrebbe parlare di “mostruosità” giuridica.

Insomma, l’unico senso della modifica dell’art 117 è quello di un neo centralismo. Si può benissimo essere contro il come sono state congegnate le sue precedenti modifiche, ma non per questo si deve condividere una nuova centralizzazione e per lasciare in pedi le solite scappatoie. Questa sarebbe stata l’occasione per dare un ordine serio alla materia, facendo anche tesoro delle sentenze della Corte Costituzionale.

[i] Prima la Repubblica era ripartita in Stato, Regioni, Province e Comuni;  da quella modifica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato, invertendo l’ordine. Non è proprio la stessa cosa, visto che alcuni giuristi e qualche Regione hanno sostenuto che ora c’era la parità tra Stato e Enti locali.

Un aspetto poco noto e discusso delle modifiche costituzionali proposte

Stellone propostaSulla Guida alle lettura del ddl Boschi sulla Riforma Costituzionale di Claudio Canestrari, di recente pubblicata su Ticonzero, viene affrontata anche la questione dei Referendum (art. 75). Nell’articolato si conferma che le proposte di referendum popolare, se richieste da 500.000 elettori, sono approvate se partecipa la maggioranza degli aventi diritto. Se invece il referendum è richiesto da 800.000 elettori (e questa è la novità) è valido se partecipa la maggioranza dei votanti (non degli aventi diritto) alle ultime elezioni.

Si è riflettuto su quello che quest’ultima norma significa? Facciamo qualche semplice calcolo. Se si prendono come base le ultime tendenze delle elezioni politiche, i cui votanti sono stati meno del 60% degli aventi diritto, il referendum sarebbe dunque valido se andasse a votare il 30%+1. Ciò vuol dire che vincerà chi avrà la metà dei voti+1 (15%+1): tradotto in numeri significa che su un corpo elettorale di circa 60 milioni di cittadini, vincerebbe chi avrebbe avuto all’incirca 7,5 milioni di voti+1 (il 12,5% degli aventi diritto!).

Ora, sappiamo tutti delle discussioni sulla questione dei quorum e dell’assenteismo e come molti sostengano che non è giusto che i cittadini non-attivi condizionino le scelte di chi esercita il proprio diritto/dovere, per semplificare la questione. A parte il fatto che nel passato è stata precisa responsabilità di alcuni partiti di maggioranza l’invito a non andare a votare ad alcune scadenze referendarie, direi che la nuova norma si presta a pesanti interrogativi.

Facciamo il caso di una legge approvata a maggioranza dal Parlamento. Poiché la nostra è tuttora e per fortuna una democrazia rappresentativa (nonostante le distorsioni giornalistiche e politiche), le cifre di cui sopra dicono che il necessario incrocio tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta crea delle pesanti incongruenze, se affrontato in modo raffazzonato. Per esempio – parlando di ordini di grandezza – una legge approvata dalla maggioranza dei rappresentanti di almeno 30 milioni di cittadini che li hanno votati (la metà +1 dei parlamentari), può essere in seguito abrogata dai 7,5 milioni di cui sopra. Insomma, si crea una asimmetria di potere incredibile, che non riguarda la gerarchia delle norme ma il singolo cittadino.

Questa riflessione, si badi bene, non è diretta contro la democrazia diretta che andrebbe anzi potenziata, come in parte promettono le modifiche costituzionali introducendo il referendum consultivo ma rinviandolo a leggi successive. La consultazione diretta dei cittadini, fino a livello dei Municipi dovrebbe essere lo strumento “normale” di ausilio per governare, tanto più che le tecnologie esistenti permettono di fare ciò che nel passato sarebbe stata una pura utopia.

Ma, mi chiedo, quanto di tutto ciò, al di fuori del circolo degli specialisti, è presente nel ragionamento di voto del cittadini nel prossimo referendum? Ma è possibile che, come al solito, si pensa di superare il problema dell’astensionismo e dell’allontanamento dalla politica con marchingegni legislativi, come anche in questo caso? Questa è la solita “politica delle toppe” a cui, ahimè, ci hanno ormai abituati.

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