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Il tempo fa il suo mestiere

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Su Ticonzero una nuova recensione di Anna Maria Curci sulla rubrica aperiodica Il cielo indiviso

 

 

8. Mariastella Eisenberg, Il tempo fa il suo mestiere

Qualche ulteriore riflessione sul Referendum costituzionale

A metà estate e anche prima, molta stampa internazionale, soprattutto quella finanziaria (Wall Street Journal e Economist) si è scatenata nel dipingere l’Italia sull’orlo del baratro (anche in previsione di esiti catastrofici dello stress test della BCE sulle banche italiane, poi rivelatosi tutto sommato positivo). Ma soprattutto dipingendo il prossimo voto sul Referendum costituzionale come più “pesante” della Brexit (!), soprattutto in caso di vittoria del No (Federico Rampini, La Repubblica del 17 agosto 2016). La stessa posizione, in sostanza, assunta in rapporti e dichiarazioni dalle grandi finanziarie multinazionali.

Il Wall Street Journal, in particolare, ha sottolineato che è dal 1996 (ben prima della crisi del 2008) che l’economia italiana ristagna. Anche nel caso della grande stampa internazionale, però, le analisi e le ricette sono molto sospette e parziali.

Nemmeno qui da noi si ricorda molto che la deindustrializzazione iniziò negli anni ’80, con il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, gli altissimi tassi di interessi sui BOT, l’esplosione del debito pubblico con la “spesa facile” (e improduttiva), la fuga dei capitali dagli investimenti. Era il periodo (chi lo ricorda?) della “Milano da bere”. Iniziò da lì la perdita di competitività, perché per le regole del cosiddetto Serpente Monetario Europe (SME) non si poteva più svalutare la lira. I Governi del tempo (tutti e anche quelli che seguirono) si guardarono bene dall’indirizzare la maggiore spesa pubblica in investimenti che guardassero al futuro e fossero in grado di costruire quello che all’epoca si chiamava “un nuovo modello di sviluppo” (più formazione, più tecnologie innovative e di processo, un forte impulso alla ricerca, un’economia più orientata all’ambiente, nuove aree produttive e così via). Si sarebbe così permesso all’Italia di competere non più sui bassi prezzi (dei salari) e sulla riduzione dei diritti ma su prodotti a più elevato valore aggiunto. Così, anche la produttività sarebbe cresciuta, invece di scardinare il mercato del lavoro (con il risultato di abbassare ulteriormente la produttività, al contrario di quel che si predicava). Già, ma chi si opponeva all’andazzo festaiolo del tempo veniva definito “poco moderno”.

Poi nel 1992 arrivarono Maastricht e soprattutto i successivi regolamenti applicativi, che andarono ben oltre le regole di Maastricht nel dettare norme che imponevano una politica economica neoliberista e suicida, soprattutto nel caso di crisi, come poi è stato ed è tuttora. Nel 1992, vale ricordarlo, sopraggiunsero Mani Pulite e poi il Governo Amato: gli italiani dovettero affrontare seri sacrifici (abolizione definitiva della scala mobile, prelevamento forzoso dell’1,5% sui depositi bancari, decine di migliaia di miliardi di lire di maggiori imposte, l’avvio della privatizzazioni), mentre l’uscita dallo SME non giovò granché. Da lì in poi si sono seguiti tagli periodici della spesa pubblica a carattere orizzontale, senza distinguere tra spese strategiche e spese superflue, e l’ingresso nell’Euro. Il tutto mentre permaneva sul Paese una cappa burocratica soffocante e autoreferenziale.

Certo, questa è una ricostruzione sommaria e parziale che lascia giocoforza fuori, per ragioni di spazio di questo post, altre date e passaggi importanti della nostra storia politica ed economica recente. Ma quel che si vuole mettere in evidenza sono alcuni dei problemi di fondo del Paese, a cui nessuno dei Governi ha posto seriamente mano e che la proposta riforma costituzionale attuale non risolve se non aggrava addirittura. E non meraviglia affatto che la stampa finanziaria internazionale punti ad un accentramento del potere in Italia, facendo il tifo per il Sì referendario, a somiglianza di quanto scritto in un documento, largamente noto a chi vuole informarsi, della J.P. Morgan che progettava regole costituzionali quasi del tutto contenute nelle modifiche costituzionali proposte.

La questione della “governabilità” è piuttosto vecchia nel nostro Paese e ha visto illustri e meno illustri protagonisti (anche massonici); ma che i cambiamenti necessari e profondi in questo Paese si riducano alla questione di “chi comanda” lascia impregiudicata (e forse la pregiudica) la vera domanda: “per fare cosa”? Soprattutto, visti i precedenti. Ma anche considerando le condizioni attuali dei gruppi dirigenti (e non solo quelli politici): malandrino il giochino di girare al largo dai problemi strutturali e di fare fuffa sui contorni, spacciandola per svolte epocali.

In realtà, l’idea di ridurre in qualche modo la rappresentatività a favore del comando è semplicemente la trasposizione di una filosofia aziendalistica ad un’intera società. Le vie del neoliberismo sono infinite. Ma, soprattutto, dopo un lungo periodo in cui capitalismo e democrazia sembravano poter convivere (anche grazie alla paura per sinistre forti), ora il capitalismo finanziario – e la speculazione internazionale – non vogliono avere più a che fare con le procedure e le lungaggini di una democrazia ampia e articolata. Il “comando” deve essere accentrato e non intralciato da contrappesi e da troppe condivisioni del potere. La democrazia economica? E che roba è?

Il mondo della ricerca 2016

Contributi

Su Ticonzero un articolo di Pietro Greco sulla rubrica aperiodica Articoli di Autori Vari

73. Il mondo della ricerca 2016. Record assoluto di investimenti a livello globale

“Fondi europei, misteri italiani”

Simone Ombuen, sulla sua pagina facebook, ha diffuso l’editoriale del direttore de Le Scienze di settembre, in cui si commenta l’articolo/studio di Silvia Bencivelli intitolato Fondi europei, misteri italiani, dedicato all’analisi del Programma Operativo Nazionale (PON) 2007-2013 relativo a Ricerca e competitività, per 6 mld di euro finanziato dalla Unione Europea e per 1 mld di euro da fondi nazionali.

Le considerazioni del Direttore de Le Scienze riassumono bene una vicenda che ha dell’incredibile quanto a sprechi, a dispersione a pioggia di fondi, a erogazioni che il buon senso fa pensare del tutto impropri. I finanziamenti, dovevano essere concentrati nelle regioni Puglia, Calabria, Sicilia, Campania, “con l’obiettivo di farne motori di sviluppo sociale e economico”. Sicuramente una parte importante dei finanziamenti è andata ad aziende e strutture di ricerca che proponevano progetti innovativi, anche se la rendicontazione è ancora in corso. Però è difficile capire cosa c’entrino anche finanziamenti a sartorie per abiti da sposa, falegnamerie, carrozzerie, impianti sportivi con piscine, pallavolo e calcetto, imbottigliamento di acque minerali, autolavaggi, case di riposo, negozi di abbigliamento e di occhiali, pasticcerie e così via. E comunque circa il 12% dei Fondi è stato destinato “Unicredit Mediocredito Centrale SpA per il progetto chiamato Fondo di garanzia (FoGa) riferito al Mise” (Ministero dello Sviluppo Economico).

Sulla vicenda sembra che stia indagando la magistratura, in ogni caso non c’è male per un programma che, ripeto, avrebbe dovuto coniugare ricerca e competitività. Oggi il Governo ha scoperto che il deficit di fondo dell’Italia riguarda la produttività, dopo che questo e i precedenti Governi hanno scassato il mondo del lavoro in nome della flessibilità, mentre proprio la produttività continuava a calare. C’è da tremare, se ancora una volta sulla questione della produttività invece che sull’innovazione, la ricerca e la tecnologia – che sono il vero differenziale rispetto alla Germania e ad altri Paesi – si continuerà a intervenire sul mercato del lavoro. E se, per caso, con una botta di intelligenza, si decidesse finalmente di mettere al centro una politica industriale ed economica che punti su ricerca&tecnologia, c’è da interrogarsi su come, chi e con quali controlli efficaci e con quali competenze ciò verrà fatto. Ora è in gestazione con grande ritardo il PON 2014-2020 (e con assai minori finanziamenti), il cui il gestore è il Ministero dello Sviluppo Economico, contrariamente al precedente, il cui il gestore principale era il Ministero dell’Università e della Ricerca…

Rispetto all’analisi pubblicata su Le Scienze, vorrei aggiungere due informazioni. La prima riguarda le responsabilità politiche del PON 2007-2013. Il Programma fu meritoriamente avviato da Mussi (Governo Prodi II), la gestione piena è invece avvenuta con la Gelmini (Governo Berlusconi), con una coda finale di Profumo (Governo Monti). Sicché il lettore tiri da solo le conclusioni.

La seconda informazione riguarda la pronta costituzione di un Comitato di sorveglianza per l’attuazione del programma, un folto organismo interministeriale con la presenza delle organizzazioni sociali imprenditoriali e dei lavoratori, insieme ad altri organismi. La Cgil, per esempio, pur nominata, secondo i verbali non è mai intervenuta alle riunioni, non so perché se non ha nominato nessuno o per disattenzione. C’è da chiedersi, comunque, che cosa abbia sorvegliato il Comitato di sorveglianza visto quanto denunciato nell’articolo apparso su Le Scienze.

In ogni caso, come raccomanda l’autrice dell’articolo, chi volesse sobbarcarsi in un approfondimento e in una verifica di quanto sopra può collegarsi al sito ufficiale del PON www.ponrec.it.

La religioni e cosa motiva la guerra

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Su Ticonzero un articolo di Danilo Breschi sulla rubrica aperiodica EPS-EconomiaPoliticaSocietà

 

 

97. Le religioni e cosa motiva la guerra

Ticonzero news n. 65

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Brexit: la demografia, purtroppo, c’entra!

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Su Ticonzero un articolo di Massimo Livi Bacci sulla rubrica aperiodica EPS – EconomiaPoliticaSocietà

96. Brexit: la demografia, purtroppo, c’entra!

Decarbonizzazione dell’economia e biofissazione della CO2

Copertina 6

 

Su Ticonzero un nuovo articolo di Paolo Manzelli sulla rubrica aperiodica Scienza e Arte

 

 

53.  Decarbonizzazione dell’economia e biofissazione della CO2

Sincronizzati, ma non schiavi

Fuori dal coro

Su Ticonzero un nuovo articolo di Roberto Vacca sulla rubrica aperiodica Fuori dal coro

11. Sincronizzati, ma non schiavi

Migranti: Interazione, Integrazione, Sviluppo

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Su Ticonzero le conclusioni  a cura di Mario Campli del Seminario CeSLAM sulla rubrica aperiodica EPS-EconomiaPoliticaSocietà

95. Migranti: Interazione, Integrazione, Sviluppo – Conclusioni operative del Seminario CeSLAM