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Referendum sull’Atac: alcune riflessioni

Di fronte alle tante informazioni fasulle che girano, perché il referendum è praticamente un imbroglio semplificatorio e occorre votare NO al primo quesito?

Premesso che:

  • il territorio di Roma Capitale è enorme e contiene i perimetri dei comuni di Bologna, Milano, Palermo, Napoli, Torino, Genova, Catania, Bari, Firenze
  • la città si è sviluppata in modo anarchico, secondo le convenienze della rendita urbana, disegnando un’espansione disordinata, a macchie (sprawl)
  • che interi quartiere equivalenti a città di piccole e medie dimensioni sono stati fatti nascere senza tenere in alcun conto il sistema dei trasporti e della viabilità
  • di conseguenza (ma questo non assolve le aziende di trasporto, per la loro parte), le responsabilità sono in capo alle amministrazioni politiche comunali che si sono succedute, compresa quella attuale
  • indubbiamente l’Atac è stata mal governata da lungo tempo, troppo influenzata dal sottobosco politico, senza distinzioni di partito e anche, come hanno riferito le cronache cittadine, da poteri impropri di alcune sigle sindacali

L’idea che un’azienda pubblica sia condannata all’inefficienza è priva di fondamento e strumentalizza i disagi della popolazione, sostenendo che una gestione privata sarebbe più efficiente e persino meno costosa. La dimostrazione che ciò non è vero sta nella marcia indietro che per esempio si sta facendo in Gran Bretagna – alfiere delle privatizzazioni in passato –  per le ferrovie ripublicizzandole, a causa dei pessimi risultati della gestione privata (disservizi, sicurezza ecc.). Di fronte alle tante informazioni false che circolano sul regine dei trasporti di alcune capitali europee, si vedano i confronti Londra, Parigi, Berlino. Ma senza andare così lontano, che aziende pubbliche di trasporto possano essere efficienti è dimostrato anche nel nostro territorio. Il Cotral, di competenza regionale, per esempio, versava in condizioni simili all’Atac, ma la Regione decise di ristrutturala mantenendone il carattere pubblico e, con l’accordo dei sindacati, il servizio è oggi efficiente e i bilanci sono abbastanza a posto.

Si dimentica che a Roma già il 20% del trasporto pubblico è gestito da privati (TPL  Roma), che vengono finanziati con soldi pubblici attraverso un Contratto di servizio, come l’Atac, ma non si dice che il servizio TPL non è certo migliore di quello dell’Atac, anche in proporzione al territorio coperto: dati dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale. Il Comune versa alla TPL centinaia di migliaia di euro, ma da diversi mesi il personale non riceve lo stipendio. Secondo i revisori dei conti, la società «attraversa una profonda crisi finanziaria», ha 219 milioni di debiti verso i fornitori; ma va anche detto che il Comune è un cattivo pagatore del Contratto di servizio, mentre da anni si trascina un contenzioso.

Poiché i mezzi della TPL circolano comunque con il marchio Atac, i cittadini non riescono a distinguere. E se le decine di linee soppresse (un meno 6% dell’offerta dal 2011) e la rarità dei collegamenti del TPL li fanno giustamente infuriare, se la prendono comunque con l’Atac.

In buona sostanza, anche il trasposto “pubblico” privatizzato continuerebbe ad essere finanziato con i soldi dei cittadini romani (e non solo) e anche per le caratteristiche strutturali della città, richiamate in premessa, dovrebbe costare alle casse pubbliche – se si dotasse di una rete adeguata – molto di più di quanto costa oggi per la sua quota parte il finanziamento della TPL. La stessa cosa varrebbe per l’Atac e per qualsiasi altro gestore. Comunque, l’esperienza della privatizzazione già fatta a Roma, ci dice che non funziona.

Per non dimenticare poi l’intreccio perverso esistente tra carenza del servizio e uso del mezzo privato, dove l’uno alimenta l’altro. Quanti romani non prendono mai, anche potendo, i mezzi pubblici?

Le perdite di bilancio dell’Atac sono state di 217.000 milioni di € nel 2017, con 5 mln di km di servizio in meno erogati, per non parlare del disastroso debito consolidato che l’ha portata sull’orlo del fallimento. Ma, verso la fine dello scorso anno, tra Atac e Sindacati è stato sottoscritto un accordo per la ristrutturazione e la produttività (con un aumento, tra l’altro, dell’orario di lavoro da 37 a 39 ore settimanali). L’accordo, se integralmente attuato dalla dirigenza dell’Atac, dovrebbe portare ad un netto miglioramento dell’efficienza aziendale. Qualche risultato già si vede, nel 2018 il costo del lavoro è diminuito del 10%, il personale è diminuito del 2% (i dirigenti del 20%) e, infine, la semestrale 2018 dell’Atac ha registrato poco più di 5,2 milioni di utile. Ma, ovviamente, il più è ancora da fare, anche per porre rimedio all’urbanistica disastrosa di cui in premessa, che non è certo compito delle aziende di trasporto.

Peraltro, un eventuale subentro con la messa a gara del servizio, il debito Atac continuerà ad essere pagato dai cittadini. E il trasporto pubblico continuerà comunque a costare: 1.090.003.200 di € per il piano pluriennale, approvato in Consiglio comunale il 25 maggio scorso (delibera della Giunta 91/2018). Ma c’è una discussione in corso su calcoli errati, per cui l’esborso sarebbe ben più alto.

Per tutte queste ragioni, il referendum è non solo inutile ma anche fuorviante, come lo sono tutte le semplificazioni di fronte a situazioni complesse come quella sommariamente descritta. Ma occorre comunque votare NO al primo quesito per arrestare una deriva sbagliata che, alla fine, assolve la politica partitica dalle sue pesanti responsabilità per agitare soluzioni miracolistiche inesistenti. E ideologiche.

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