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Un aspetto poco noto e discusso delle modifiche costituzionali proposte

Stellone propostaSulla Guida alle lettura del ddl Boschi sulla Riforma Costituzionale di Claudio Canestrari, di recente pubblicata su Ticonzero, viene affrontata anche la questione dei Referendum (art. 75). Nell’articolato si conferma che le proposte di referendum popolare, se richieste da 500.000 elettori, sono approvate se partecipa la maggioranza degli aventi diritto. Se invece il referendum è richiesto da 800.000 elettori (e questa è la novità) è valido se partecipa la maggioranza dei votanti (non degli aventi diritto) alle ultime elezioni.

Si è riflettuto su quello che quest’ultima norma significa? Facciamo qualche semplice calcolo. Se si prendono come base le ultime tendenze delle elezioni politiche, i cui votanti sono stati meno del 60% degli aventi diritto, il referendum sarebbe dunque valido se andasse a votare il 30%+1. Ciò vuol dire che vincerà chi avrà la metà dei voti+1 (15%+1): tradotto in numeri significa che su un corpo elettorale di circa 60 milioni di cittadini, vincerebbe chi avrebbe avuto all’incirca 7,5 milioni di voti+1 (il 12,5% degli aventi diritto!).

Ora, sappiamo tutti delle discussioni sulla questione dei quorum e dell’assenteismo e come molti sostengano che non è giusto che i cittadini non-attivi condizionino le scelte di chi esercita il proprio diritto/dovere, per semplificare la questione. A parte il fatto che nel passato è stata precisa responsabilità di alcuni partiti di maggioranza l’invito a non andare a votare ad alcune scadenze referendarie, direi che la nuova norma si presta a pesanti interrogativi.

Facciamo il caso di una legge approvata a maggioranza dal Parlamento. Poiché la nostra è tuttora e per fortuna una democrazia rappresentativa (nonostante le distorsioni giornalistiche e politiche), le cifre di cui sopra dicono che il necessario incrocio tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta crea delle pesanti incongruenze, se affrontato in modo raffazzonato. Per esempio – parlando di ordini di grandezza – una legge approvata dalla maggioranza dei rappresentanti di almeno 30 milioni di cittadini che li hanno votati (la metà +1 dei parlamentari), può essere in seguito abrogata dai 7,5 milioni di cui sopra. Insomma, si crea una asimmetria di potere incredibile, che non riguarda la gerarchia delle norme ma il singolo cittadino.

Questa riflessione, si badi bene, non è diretta contro la democrazia diretta che andrebbe anzi potenziata, come in parte promettono le modifiche costituzionali introducendo il referendum consultivo ma rinviandolo a leggi successive. La consultazione diretta dei cittadini, fino a livello dei Municipi dovrebbe essere lo strumento “normale” di ausilio per governare, tanto più che le tecnologie esistenti permettono di fare ciò che nel passato sarebbe stata una pura utopia.

Ma, mi chiedo, quanto di tutto ciò, al di fuori del circolo degli specialisti, è presente nel ragionamento di voto del cittadini nel prossimo referendum? Ma è possibile che, come al solito, si pensa di superare il problema dell’astensionismo e dell’allontanamento dalla politica con marchingegni legislativi, come anche in questo caso? Questa è la solita “politica delle toppe” a cui, ahimè, ci hanno ormai abituati.

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Costituzione e prospettive democratiche

Stellone propostaLa cecità politica di sottoporre i cambiamenti costituzionali alle convenienze politiche del momento (e non è, ahimè, la prima volta) e di non vedere più in là del proprio naso il contesto e l’effetto delle azioni che si mettono in atto, la dice lunga su quanto il neoliberismo abbia distrutto un pensiero politico e sociale nutrito di storia e di capacità analitiche non semplicemente prigioniere dell’oggi.

C’è infatti un’altra ragione, ancora più strategica della manomissione proposta della Costituzione e ora sottoposta a Referendum, per cui votare NO. Non solo, come è stato già notato, la modifica costituzionale – a parte le considerazioni di merito – ha un indubbio contraccolpo anche sulla Prima parte della Costituzione, quella dei principi di base, quella che è stata definita la “Costituzione più bella del mondo”. L’eventuale vittoria del SI renderebbe più agevole tentare, per futuri governi condizionati dalla finanza internazionale e dalle tecnocrazie al suo servizio, di cambiare la Prima parte della Costituzione. Prima parte che J.P. Morgan e altri organismi similari vedono (lo hanno scritto in documenti che circolano su Internet) come il fumo agli occhi, perché troppo condizionata dal clima antifascista in cui è nata e troppo influenzata da idee socialiste.

Il generico “cambiare si può”, slogan ricorrente tra i sostenitori del SI, è ben più pericoloso di ciò che quelli in buona fede pensano: nella sua genericità, apre la strada ad altre possibilità future. In fondo, si può interpretare la prossima scadenza referendaria anche come un banco di prova per altre e più profonde manomissioni costituzionali. Il punto, infatti non è il cambiamento in sé (è veramente stupido fare finta che lo scontro sia tra progressisti e conservatori, dove i primi sarebbero per il cambiamento e i secondi no), ma in quale direzione avviene e quali scenari questo cambiamento apre.

La vera partita in gioco è il futuro della democrazia, se come dicono molte analisi provenienti da diversi filoni di pensiero politico, la convivenza “cordiale” tra democrazia e capitalismo – soprattutto condizionata dalla forza dei movimenti storici socialisti – è ormai giunta alla fine e il capitalismo finanziario e delle multinazionali porta con sé l’eliminazione degli “impacci” democratici e della partecipazione politica, a tutto favore del controllo e del comando di chi governa, assai più condizionato e condizionabile. Questo processo di accentramento politico è perciò speculare e sinergico all’accentramento della ricchezza a cui stiamo assistendo da anni.

Ticonzero news n. 66 settembre 2016

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