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Il mondo al tempo dei quanti. Perché il futuro non è più quello di una volta 

Energenze

Si Ticonzero una sintesi di Mario Agostinelli del suo libro Il mondo al tempo dei quanti. Perché il futuro non è più quello di una volta sulla rubrica aperiodica Energenze

 

21. Riappropriarsi del tempo e ridurre l’orario di lavoro

La Grande Risacca e il martello di Lassalle

Note critiche

Su Ticonzero un articolo di Luigi Agostini sulla rubrica aperiodica Note critiche

 

 

24. La Grande Risacca e il martello di Lassalle

Le menzogne del Governo: “non vengono toccati i poteri del Presidente del Consiglio”

Stellone propostaIl Sì continua a negare, confidando che il cittadino italiano, poco avvezzo in generale alla matematica, non si vada a fare i conti degli effetti delle modifiche costituzionali proposte e di una legge elettorale maggioritaria sulle fondamentali Istituzioni della Repubblica. Ma se si ha la pazienza di fare un po’ di operazioni aritmetiche, come quelle che vi propone qui di seguito Giovanni Grasso, le conclusioni smascherano tanta propaganda: se Berlusconi voleva a suo tempo introdurre un semipresidenzialismo forte (e lo diceva), il Governo attuale fa la stessa operazione (forse anche più pesante) e la nasconde. E mente. Forse c’è poca speranza che la “gente” si metta a fare questi calcoli da cui discendono conclusioni indiscutibili; ma se almeno la piantassero di ripetere vuoti slogan?

 

Giovanni Grasso

 La riduzione del numero dei soli Senatori ed i quorum per la elezione degli Organi Costituzionali

Nel testo del quesito referendario si parla di “riduzione del numero dei parlamentari” eppure tale riduzione ha riguardato solo il numero dei Senatori e non quello dei Deputati.

È un caso? O ci sono conseguenze? Vediamo.

L’attuale Parlamento è così composto:

Camera dei Deputati: 630 + Senato della Repubblica: 320 (di cui 5 senatori a vita)

Parlamento in seduta comune:

  • per la nomina del Presidente delle Repubblica: 630 + 320 + 58 delegati regionali = 1008;
  • per le altre funzioni elettive o giudicanti: 630 + 320 = 950.

Il nuovo Parlamento previsto dalla riforma costituzionale è invece così composto: Camera dei Deputati: 630 + Senato della Repubblica: 100 (di cui 5 nominati dal Presidente della Repubblica e destinati a durare in carica quanto il PdR).  Parlamento in seduta comune: 630 + 100 = 730

La legge elettorale cosiddetta “Italicum” garantisce al partito che vince le elezioni una maggioranza dei seggi alla Camera pari al 55% del totale, ovvero 340 seggi.

Ricordando che le liste elettorali le fanno i segretari di partito con capilista bloccati e con pluricandidature su più collegi e che il segretario del partito che vince le elezioni diventa automaticamente il Capo del Governo, è chiaro che vi è un rapporto strettissimo tra il Capo del Governo e la maggioranza di 340 deputati alla Camera.

Vediamo le conseguenze di questa situazione sulle diverse tipologie di elezione.

 Votazioni relative al Presidente della Repubblica

Art. 83 Elezione del Presidente della Repubblica

  • Costituzione attuale: nel 1° e nel 2° scrutinio è necessaria la maggioranza dei 2/3 dell’assemblea, ovvero (1008/3)x2 = 672 voti; dal 3° scrutinio in poi è sufficiente la maggioranza assoluta: (1008/2)+1 = 505 voti.
  • Il Capo del Governo grazie all’Italicum ha il controllo diretto di 340 deputati della maggioranza, pari “soltanto” al 50,9% dei voti necessari per la maggioranza dei 2/3 e al 67,7% dei voti necessari per la maggioranza assoluta.
  • Costituzione riformata: fino al 3° scrutinio è necessaria la maggioranza dei 2/3 dell’assemblea, ovvero (730/3) x 2 = 487; dal 4° al 6° scrutinio la maggioranza è dei 3/5 dell’assemblea, ovvero (730/5) x 3 = 438; dal 7° scrutinio in poi è necessaria la maggioranza dei 3/5 dei votanti (e l’assemblea è validamente riunita se sono presenti il 50% + 1 dei componenti, cioè 366 presenti).

Nel primo caso il Capo del Governo, grazie alla sola maggioranza alla Camera dei Deputati, ha già il controllo certo del 70% dei voti necessari ad eleggere il PdR; nel secondo caso ha il controllo 77,7% dei voti necessari; nel terzo caso i 340 voti dei soli deputati di maggioranza arrivano a garantire al Governo fino al 92,9% dei voti necessari (340/366).

A questi dati relativi alla sola Camera dei Deputati bisogna aggiungere che il Senato dovrebbe avere una connotazione proporzionale, per cui, considerato l’attuale sistema tripartito, qualsiasi Governo dovrebbe poter contare sul 25/30% dei senatori (ovvero 24/28 senatori).

In definitiva, fino al 6° scrutinio non può passare alcun candidato alla Presidenza della Repubblica se il Capo del Governo non è d’accordo, mentre dal 7° scrutinio in poi il Capo del Governo può fare da solo, creando così uno strettissimo legame (se non una dipendenza) tra Presidente della Repubblica e Capo del Governo.

Art. 90 Responsabilità del Presidente della Repubblica

  • Costituzione attuale: il Presidente della Repubblica può essere messo in stato di accusa (per alto tradimento o attentato alla Costituzione) dal Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri, ovvero (950/2) + 1 = 476 (di questi 340 deputati, pari al 71,4%, sono nella diretta disponibilità del Governo);
  • Costituzione riformata: l’art. 90 non cambia, ma cambia la composizione del Parlamento in seduta comune, che da 950 membri passa a 730 membri. Di conseguenza, la maggioranza assoluta diventa (730/2) + 1 = 366. In questa situazione il Capo del Governo ha nella propria disponibilità nella sola Camera dei Deputati il 92,9% dei voti necessari anche solo per minacciare di mettere il Presidente della Repubblica in stato di accusa.

Inoltre, nel caso in cui il Presidente della Repubblica sia impossibilitato a svolgere le sue funzioni, queste sarebbero svolte non più dal Presidente del Senato, ma dal Presidente della Camera, che, in quanto esponente della maggioranza, sarebbe un uomo del Capo del Governo, che non avrebbe perciò alcun interesse ad accelerare la nomina del nuovo Presidente della Repubblica.

 Votazioni relative al Consiglio Superiore della Magistratura

Art. 104 Consiglio Superiore della Magistratura

  • Costituzione attuale: il Parlamento in seduta Comune nomina 1/3 dei membri del CSM (il Governo controlla direttamente il 71,4% dei voti necessari);
  • Costituzione riformata: l’art. 104 non cambia, ma cambia la composizione del Parlamento in seduta comune ed anche in questa situazione il Capo del Governo ha nella propria disponibilità nella sola Camera dei Deputati il 92,9% dei voti necessari per nominare i membri di nomina parlamentare.

 Votazioni relative alla Corte Costituzionale

Art. 135 Elezione membri della Corte Costituzionale

  • Costituzione attuale: i 5 membri di nomina Parlamentare sono eletti dal Parlamento in seduta comune (950 componenti, stessa situazione descritta per la messa in stato di accusa del PdR);
  • Costituzione riformata: 2 membri vengono nominati dal Senato; 3 membri vengono eletti dalla Camera, dove è il Capo del Governo, con la sua maggioranza, ad eleggere i membri della Corte Costituzionale.

In conclusione, nessuno degli articoli della Costituzione relativi al Governo viene modificato, ma, modificando i quorum necessari per la elezione dei membri degli altri Organi Costituzionali, il Capo del Governo, grazie alla maggioranza garantita dalla legge elettorale Italicum, si pone al centro del sistema costituzionale a scapito del Parlamento, mette sotto il proprio controllo il Presidente della Repubblica (sia per la nomina, sia la messa in stato di accusa) e può far nominare come membri di nomina parlamentare della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della Magistratura persone particolarmente devote alla causa del Governo.

Referendum, casta e Costituzione

Stellone propostaChissà a quale casta di riferisce la propaganda del Sì, quando dice che votandolo viene combattuta la Casta. Non voglio entrare nelle questioni del “giglio magico”, che sono da piccolo cabotaggio, pur rilevante. Dico solo che – a parte l’ultima uscita dell’Economist che, come si sa, tanto ragiona “all’inglese” – dopo avere ammucchiato a sostegno del Sì confindustrie e dintorni, banche e banchieri (nazionali e internazionali), colleghi di governo europei non precisamente progressisti, opinionisti “del giro” e noti industriali (persino Mediaset), per finirla qui con le elencazioni, c’è da chiedersi chi accidenti sarebbe questa casta. Il giro dei politici, vecchi e nuovi, dentro e fuori quello del Presidente del Consiglio? L’insieme delle corporazioni che difendono privilegi anacronistici? Gli alti dirigenti e burocrati pubblici e privati? L’1% della popolazione più ricca che detiene il 15% della ricchezza nazionale? (Ocse) La miriade di appaltatori che al netto di quelli che lavorano in modo pulito (e ce ne sono) sono in combutta con politici e burocrati, come ci raccontano le cronache giornaliere (il vero costo della politica: 80 e più miliardi)? Il complesso dei media che sta diventando sempre di più un ripetitore governativo?

Ma non sono caso mai le proposte di modifica costituzionale, quelle sostenute da chi detiene il potere “reale”, come si diceva una volta, il sostegno della Casta “sul serio”? Altro che gli sparsi gruppi di politici che agiscono nel Paese! Del resto un esecutivo dotato di poteri straordinari (come per esempio, tra i tanti, quello di dettare l’agenda parlamentare), che possa agire “velocemente” e senza troppo impacci “intermedi”, è proprio quello che chiedono “quei signori”. Per fare che, poi? Ma che diamine, continuare con minori intralci a fare una politica neoliberista. E per questo serve anche una centralizzazione delle decisioni. In altre parole, alla sistematica distruzione del corpi sociali intermedi di questi ultimi anni, si aggiunge ora anche la diminuzione di competenze che le modifiche costituzionali propongono per le autonomie: un rattrappirsi del potere verso l’alto. C’è un problema Stato-Regioni (peraltro creato dallo stesso centro sinistra con le modifiche costituzionali del 2001)? Sì, ma se c’è bastava presentare una norma costituzionale in tal senso. Ma no, questo era solo il cavalluccio per far passare il disegno di un “dominus” governativo che prevale su tutto il resto: con buona pace, tendenzialmente, persino della classica divisione liberale dei poteri. E dell’occhiuta e preveggente riflessione dei Padri costituenti.

Come se poi le “grandi decisioni” per le infrastrutture, per esempio, assunte dal centro in questi anni, fossero cosparse di bianchi e innocenti fiorellini, come, ancora una volta ci raccontano le cronache. La Casta, quella vera, non bada alle briciole ma solo ai grandi affari.

Veramente la vera riforma (quella proposta è invece una controriforma) sarebbe di attuare finalmente la Costituzione in tutte le sue parti, anche cambiando la legislazione che in questi decenni l’ha vulnerata e picconata con interpretazioni “neoliberiste”. Una serie di norme legislative ha cercato di aggirarne valori e prescrizioni. La lista sarebbe davvero troppo lunga, qui basterà richiamare la questione dell’acqua bene comune, tutti i temi dell’urbanistica e della prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico, del lavoro, della svendita di beni pubblici, dell’uso sempre più spinto in termini finanziari di istituzioni la cui missione sarebbe diversa (come la Cassa Depositi e Prestiti). Poi, chissà perché, le modifiche proposte fanno ritornare alle decisioni centrali le infrastrutture e il territorio, ma non il demanio devoluto alle Regioni con le modifiche del 2001. Ah, già, in questo caso occorre fare cassa, senza nemmeno avere una base dati affidabile dell’enorme patrimonio pubblico che sappia distinguere ciò che è fondamentale da ciò che non lo è. Avanti con la privatizzazione dei beni comuni: in futuro sarebbe anche più semplice e veloce.

Referendum: perché prima No (2006) e poi Sì (2014)?

Stellone propostaQuello che davvero non si capisce è come mai quelli che hanno votato No nel 2006 al referendum sul tentativo di Berlusconi di cambiare la Costituzione, ora votano Sì.

Si protesta che la modifiche attualmente proposte sono diverse. Ma il punto è che la sostanza è la stessa, solo che – essendo stati probabilmente ammaestrati dall’esito del referendum 2006 – i proponenti hanno seguito vie traverse che raggiungono di fatto gli stessi obbiettivi, ma che sfuggono facilmente a una lettura superficiale. Una rassegna pressoché completa dei “marchingegni” nascosti contenuti in questa vera e propria manomissione costituzionale la si può trovare nel sito del costituzionalista Felice Besostri.

Per esempio, mettendo l’esecutivo (in sostanza il Presidente del Consiglio) in posizione di supremazia. A differenza della proposta del 2006 il Presidente del Consiglio non viene eletto direttamente; ma quale differenza sostanziale c’è con il fatto che nella legge elettorale (tutte le leggi elettorali hanno rilevanza ai fini costituzionali, perché senza di esse la Costituzione non sarebbe operativa) deve essere indicato il capolista (bloccato), che può essere presente in dieci collegi. Alla lista, non a una coalizione, vietata tra il primo e il secondo turno, viene dato un premio di maggioranza “stellare”, che tra primo e secondo turno rimane lo stesso, per cui, per inciso, ci troviamo di fronte al paradosso che non importa affatto prendere meno voti al secondo turno (ovvero si tratta di un premio di maggioranza inversamente proporzionale!). Ma, a parte ciò, di fatto, stante la situazione attuale, il segretario del Partito della lista è il candidato alla presidenza e nessun Presidente della Repubblica può pensare di dare l’incarico ad un altro: ovvero, l’elettore indica di fatto anche il Presidente del Consiglio, limitando così i poteri del Presidente della Repubblica (art. 92, secondo comma).

Il Presidente della Repubblica, la cui elezione da parte della maggioranza diventa più facile, d’altra parte, è messo in condizioni di “non nuocere troppo”, perché l’art. 90 della Costituzione non è stato modificato e il Presidente della Repubblica può essere messo in stato di accusa a maggioranza assoluta dal Parlamento in seduta comune. Nel quale Parlamento il Governo ha, per legge elettorale vigente, la maggioranza assoluta, ma l’avrebbe anche nella seduta comune, se si fanno un po’ di conti su come e dove vengono eletti i 95 senatori previsti (più i cinque di nomina presidenziale). A questo proposito, i sostenitori correnti del Sì (non parlo di chi le modifiche le ha proposte, che lo sa benissimo ma non lo dice) si sono mai chiesti perché proprio 100 senatori e non 120, per esempio? “Per la prima volta nella storia della Repubblica un solo partito o lista ha la concreta possibilità di minacciare la messa in stato d’accusa per attentato alla Costituzione del Presidente della Repubblica, che è quindi indebolito nel suo ruolo di garante della Costituzione e dell’equilibrio tra gli organi e i poteri costituzionali” – osserva Besostri. Inoltre, la sola Camera (eletta con il maggioritario che sappiamo) elegge un terzo dei componenti del CSM.

L’esecutivo ovvero il Presidente del Consiglio è poi in grado di dettare l’agenda al Parlamento (dando all’esecutivo una preminenza di direzione), attraverso l’iscrizione rapida dei disegni di legge per la discussione e termini ultimativi di approvazione. Per non parlare del fatto che sempre l’esecutivo – in buona sostanza di nuovo il Presidente del Consiglio – modificando l’art. 117, riaccentra i poteri in differenti materie. Abbiamo già un anticipo “sul campo” di questa tendenza con il trasferimento degli incassi, con un emendamento a una legge approvato in questi giorni,  dalla Soprintendenza di Roma al Ministero (60 milioni). Per non parlare del fatto che ora lo Stato di guerra verrebbe deliberato a maggioranza dalla sola Camere, eletta con il maggioritario (Italicum o meno).

Si dice, poi: però il Presidente del Consiglio non può revocare i Ministri. Ma ce lo vedete voi un Ministro a cui viene richiesto di dimettersi dal suo Presidente di non farlo? Durante il vigente governo sono stati quasi il 30% di tutti i Ministri dimessi per varie ragioni negli ultimi 14 anni.

Certo, non è stato riproposto esplicitamente il premierato bocciato dal referendum del 2006, ma un’architettura (1/3 degli articoli della Costituzione!) fatta di disposizioni apparentemente scollegate, dai significati spesso impliciti, in cui il dominus emergente nel panorama costituzionale è alla fine il Presidente del Consiglio, non è la stessa pappa di quella del 2006?

Infine, penso che se passassero queste manomissioni costituzionali sarebbe aperta e consolidata una strada in discesa a modifiche ancor più traumatiche. Si potrà fermare l’andazzo che ogni governo pro-tempore approva a maggioranza modifiche della Costituzione? I sostenitori del Sì non provengono in maggioranza da un partito che aveva scritto nella sua carta di fondazione “mai più come nel 2001”? cioè mai più modifiche della Costituzione con maggioranze parlamentari ristrette? Per non ricordare che il programma elettorale di Renzi citava sì la necessità di aprire la discussione per rivedere la Costituzione, ma solo per il rapporto Stato-Regioni: che c’entra tutto il pesantissimo resto su cui non era stata fatta parola?

Referendum e legge elettorale

Stellone propostaSe si vuole davvero cambiare quella ipertruffa (e non è un termine mio) che è la legge elettorale, lasciando al tempo che trova il giochetto delle cartucelle firmate e controfirmate all’interno di un partito per ragioni di governo domestico, votare No rappresenta la strada maestra. Non è la ragione principale per votare No ed è, per così dire, “esterna” ai contenuti non condivisibili delle proposte di modifica costituzionale, ma visto che la propaganda imperante più che sui contenuti si appoggia su argomenti politici (anche ricattatori), non bisogna certo essere della aquile per capire che, se vincesse il Sì, le promesse di modifiche firmate e controfirmate svanirebbero (e non sarebbe la prima volta, anche in questi anni del governo attuale) dal punto di vista dei contenuti di una nuova legge.

E infatti la cronaca politica registra mezze ammissioni sfuggite a rappresentanti non secondari del partito di maggioranza relativa, e cioè che se vincesse il Sì, converrebbe modificare la legge elettorale e andare al voto: quale legge elettorale con un governo che non avrebbe più davanti alcuno ostacolo e vorrebbe capitalizzare il successo, sarebbe poi da vedere.

In buona sostanza, sia in caso di vittoria del No sia di quella del Sì, la modifica della legge elettorale diverrebbe necessaria, per le ragioni indicate in un mio precedente post (stabilità/instabilità). Ma con una differenza, se vincesse il Sì potrebbero andare quasi subito alle urne (le regole transitorie nella proposta di modifica della Costituzione ci sono già) anche con la legge elettorale vigente.

Invece, nello scenario della vittoria per il No, difficilmente si potrebbe approvare una semplice variante di quella ipertruffa normativa. Ipertruffaldina perché se la si rapporta all’altra vicenda della “Legge truffa” del 1953 (che fu abrogata l’anno successivo per il suo fallimento), la legge attuale è davvero tale. La “legge truffa” del 1953 prevedeva un premio di maggioranza per chi superava il 50% dei voti. La legge attuale della ipertruffa o Italicum (approvata con voti di fiducia!) prevede l’assegnazione di una maggioranza del 54% per chi al primo turno raggiunge il 40%, oppure “a quella che prevale in un turno di ballottaggio tra le due con il maggior numero di voti” (art, 1 lett. f); tenuto conto dei dati di affluenza al voto ormai consolidati, anche tra primo e secondo turno, alla fine un governo potrebbe essere eletto da un 20/25% del corpo elettorale!

Si invoca tanto la stabilità (e la governabilità) ma come si fa a sostenere che ci sarebbe stabilità con un governo che rappresenta solo un quarto dei cittadini? La motivazione può esser solo una: si prescinde dalla volontà e dalla effettiva rappresentatività dei cittadini ai fini di una governabilità, la quale sa tanto di oligarchia. Eh, sì, il modello di riferimento è quello delle tecnocrazie e non quello delle democrazie.

Dal punto di vista fenomenologico per così dire, non c’è tanta differenza sostanziale con le leggi elettorali antecedenti al suffragio universale: votavano solo gli uomini e il corpo elettorale era composto per censo. Dal punto di vista dei numeri, si può dire che quei governi rappresentassero tutti i cittadini e fossero davvero democratici? E invece può dirsi democratico un governo costituito con le regole (o varianti) dell’Italicum?

Insomma, la eventuale vittoria del Sì consoliderebbe la tendenza oligarchica, anche per le regole elettorali.

Ticonzero news n. 68 novembre 2016

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Indovinate cosa succede se… Costituzione à la carte

Stellone propostaLa nessuna lungimiranza costituzionale della proposta referendaria per il Sì, che si vanta di aver fatto “presto”, laddove i tentativi precedenti erano falliti, rappresenta l’ennesimo slogan vuoto che si accompagna a quello della maggiore velocità nel fare le leggi; come se in quest’ultimo caso la velocità fosse un requisito saggio. Tanto più che il Governo ha inflazionato fino ad oggi il Parlamento di decreti leggi che debbono essere convertiti in legge entro 60 giorni (invece dei 70 imposti dalle modifiche costituzionali per i disegni di legge governativi).

Ma torniamo al “presto”. “In trent’anni non avete combinato nulla…” – questo si è detto da parte del Sì. Il fatto è che i precedenti tentativi di riforma “ampia” della Costituzione – ampia perché le modifiche costituzionali per singole materie erano state già 28 – non sono andati in porto per una ragione molto semplice: la ricerca doverosa – fallita per le ragioni più diverse – di un accordo largo tra le forze politiche presenti in Parlamento. Fu, ahimè, il centrosinistra a inaugurare nel 2001 una modifica costituzionale a ristretta maggioranza e poi ci riprovò Berlusconi, visto il precedente, la cui proposta di semipresidenzialismo fu bocciata dal referendum del 2006. Per inciso, non si capisce come mai quelli che votarono allora contro il tentativo del centro destra dovrebbero essere oggi a favore di quello attuale, che altro non è che una forma di semipresidenzialismo mascherato. Non lo dico io, lo ha detto Renzi dicendo agli elettori del centro destra che in fondo i due tentativi si somigliano.

Sta di fatto che le modifiche costituzionali profonde che oggi si propongono sono state votate da una maggioranza ristretta e chi ricorda l’itinerario di approvazione del Parlamento, ricorda anche i colpi di mano del governo sulle Commissioni parlamentari, le forzature e le coazioni nei confronti della propria maggioranza, creando un artificiale “stato di necessità” per la sopravvivenza del Governo stesso, andato al potere con una carta dei valori in cui il partito di maggioranza relativa si impegnavaa ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i principi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.” [Manifesto dei valori del Partito democratico: §3. Nel solco della Costituzione: etica pubblica e laicità]

Insomma, per sostenitori del Sì militanti nel PD si tratta di un voltafaccia nei confronti della loro stessa carta fondamentale. Della serie: “predicare bene e razzolare male”. Ma non è tanto questo che qui interessa, quanto gli effetti istituzionali di un simile passo. Di fatto si riprende la strada della instabilità costituzionale, ovvero del più importante fattore di convivenza e di integrazione civile.

Quello che accade con questo tentativo in atto è che la Carta costituzionale passa dall’essere da fattore di unità nazionale a strumento di governo. Cosa vuol dire? Vuole dire che ogni futuro governo è legittimato a proporre e a tentare di realizzare la “propria” visione costituzionale.  Una Costituzione à la carte, appunto, in cui supposte maggioranze governative (tanto più supposte quanto più è maggioritaria la legge elettorale) saranno abilitate a gettare periodicamente il Paese in una condizione di scontro frontale, sul modello dei guelfi e ghibellini. E poi parlano di modernità.

A scuola niente politica?

ContributiSu Ticonzero un articolo di Maurizio Trittico, seguita da discussione,  sulla rubrica aperiodica Articoli di Autori Vari

 

 

77.  A scuola niente politica?

 

 

Referendum: stabilità/instabilità

Stellone propostaUno dei tasti su cui pigiano i sostenitori del Referendum, cercando di far breccia anche fra le persone che non hanno ancora deciso, è quello della instabilità se dovesse affermarsi in No. Ora, è davvero da nani politici legare un voto costituzionale al destino di un governo pro-tempore in carica (come lo sono per definizione tutti i governi democratici), cioè ragionare, con gli occhi da miope dei tempi corti rispetto ad un documento costituzionale che, per definizione, dovrebbe avere davanti un orizzonte temporale lungo. Ma si può immaginare una Costituzione che esiste perché ad essa sono legate le sorti di un Governo pro-tempore? Ma, a parte questa considerazione, Stefano Passigli avverte sul Corriere della sera del 16 novembre scorso che una situazione di instabilità si creerebbe proprio con l’affermazione del Sì.

Intanto, va detto che – stando così i rapporti di forza in Parlamento – un eventuale dopo-Renzi vedrebbe con tutta probabilità un nuovo Renzi, come molti commentatori hanno osservato, ammesso che l’attuale Presidente del Consiglio voglia presentare le dimissioni.

Ma Passigli fa un ragionamento più puntuale, e richiama la nostra attenzione sul fatto che, se passasse il Sì, noi ci troveremmo per tutta la restante legislatura con un Senato in carica di fatto cancellato dalla Costituzione e delegittimato. E ciò, aggiungo, con una scarsa legittimità dell’attuale Camera dei deputati, stando alla sentenza della Corte costituzionale.

Certo, sembrerebbe che per sostituire il Senato in carica serva una legge elettorale, prevista nelle stesse modifiche costituzionali: un compito non facile, considerata la complessità delle nuove norme proposte. Di passaggio, osservo che la legge del 2014 sulle Aree metropolitane, che prevede la possibilità di elezione diretta del Sindaco e del Consiglio metropolitano, è ancora in attesa delle apposite norme elettorali; eppure sarebbe una legge ben più semplice. Se i tempi sono questi…

Si potrebbe perciò pensare che una legge elettorale per il nuovo Senato arriverebbe a fine legislatura. Ma non è così: la proposta di modifica costituzionale, all’art 41, dice che “Le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano a decorrere dalla legislatura successiva allo scioglimento di entrambe le Camere”, salvo alcune norme che entrano in subito in vigore. Tra queste ultime, per l’appunto, ci sono quelle dell’art. 39 che detta le disposizioni elettorali, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, in attesa di una futura legge specifica. Il nuovo Senato verrebbe subito eletto dai Consiglio regionali, quindi con una elezione di secondo grado, entro dieci giorni dall’elezione della Camera dei deputati.

Dunque, rimane in piedi l’avviso di Passigli e cioè che sarebbe proprio la vittoria del Sì, caso mai, a creare una situazione di instabilità/delegittimazione ulteriore del Parlamento; con la tentazione per l’attuale Governo, che ha promosso questa instabilità, di tagliarla corta e di andare ad elezioni anticipate.

Due sono insomma gli scenari possibili: se vince il No, c’è tempo di ragionare e di vedere il da farsi (tanto le modifiche proposte non servono affatto ad intervenire sui problemi veri del Paese), perché al Governo non converrebbe andare alle elezioni anticipate e non ci troveremmo con un Senato delegittimato; se vince il Sì, invece, al Governo converrebbe, dopo un breve periodo, andare alle elezioni anticipate. Insomma, quello del Sì è un gioco d’azzardo facendo perno su una Costituzione.

Per dire, se è minacciato un aumento dello spread nel caso vinca il No, sai a quanto salirebbe in caso di instabilità pre e post elettorale?